La Sicilia è l’unica regione italiana dove si produce il pistacchio e Bronte, con oltre 2000 ettari di coltura, ne rappresenta l’area di coltivazione principale (più dell'80% della superficie regionale e l’un per cento di quella mondiale) con una produzione dalle caratteristiche uniche che ne fanno un prodotto di nicchia di grande valore.
Il pistacchio era già conosciuto dai greci e dai romani, ma è entrato a far parte delle coltivazioni agricole in Sicilia solo grazie agli arabi che hanno scoperto come nel territorio di Bronte la pianta su cui effettuare l’innesto cresceva spontaneamente. L’ambiente di coltivazione va dai 300 ai 900 metri di altitudine, con la pianta che si adatta ad ambienti difficili come i terreni lavici brontesi dell’Etna, dove non cresce nient’altro se non la ginestra, che però a differenza del pistacchio non produce reddito. Si raccoglie ad anni alterni e negli anni di magra tutti i coltivatori eliminano le gemme, impedendo la nascita del frutto. Questi, infatti, sanno bene che la pianta non producendo per un anno è in condizione di accumulare energie utili per moltiplicare la produzione dell’anno successivo.
Un espediente che, visto l’enorme costo della manodopera per la raccolta, evita che per poco pistacchio si sprechino risorse e pone in essere una vera e propria lotta biologica nei confronti degli insetti che, dopo una stagione senza frutto, l’anno successivo saranno sempre di meno. In verità, dallo scorso anno, c’è chi sta sperimentando una raccolta annuale, nel tentativo di aumentare la produzione ed assecondare una domanda sempre crescente. Chi ci ha provato si è dichiarato soddisfatto, ma i benefici non potranno che essere calcolati a lungo termine. C’è, inoltre, chi sta tentando di destinare alla produzione di pistacchi i terreni oltre il Simeto, tradizionalmente non dediti a questa coltivazione, a dimostrazione della dinamicità imprenditoriale dei produttori che intendono abbinare tradizione a crescita e sviluppo.
Quello che i produttori sanno di non riuscire a modernizzare sono le tecniche di raccolta. Fra le irte e spigolose lave dell’Etna, infatti, questa viene effettuata ancora a mano e con i metodi dei secoli scorsi. Dopo la raccolta dal frutto bisogna togliere prima il mallo, poi il guscio e per finire quella pellicina che protegge il verde pistacchio. Subito dopo la raccolta il pistacchio va essiccato per ridurre la percentuale di umidità fino al 4%, impedendo la formazione di microrganismi. Alla fine il verde frutto ripaga certamente i brontesi per la fatica profusa nella coltivazione e nella raccolta. Se ne raccoglie ben oltre 30 mila quintali, per una ricchezza che economicamente produce a Bronte un giro si affari che si aggira intorno ai 15 milioni di euro. Ed il 2010 rappresenta una pietra miliare nella storia del verde pistacchio. L’Unione europea, infatti, dopo anni di battaglie ha iscritto al frutto nel registro europeo delle Dop, ovvero le Denominazioni di origine protette, sancendo il concetto che il pistacchio brontese rappresenta una vera eccellenza nelle tipicità. Un traguardo che, inoltre, lo mette al riparo da ogni tipo di sofisticazioni, ed obbliga chi vuole fregiare il proprio prodotto del marchio “Pistacchio verde di Bronte Dop” ad assoggettarsi ad un piano di controllo, approvato dal Ministero, a garanzia di qualità e originalità.
Fonte: Comune di Bronte
Approfondimenti:
Considerazioni preliminari sul paesaggio pistacchicolo (Relatore: Prof. Gianni Petino)








